Come nella migliore tradizione della canzone d’autore italiana, Enzo Jannacci era un artista sui generis, medico cardiologo, ma anche pianista, compositore, cantante, cabarettista.
Analogamente a personaggi come Guccini, Vecchioni o Conte, la musica non è sempre stata tutta la sua vita, divisa fra il lavoro da “persona normale” e il “lavoro artistico” che gli ha dato una notorietà per nulla molesta. Non è mai stato un divo dello show-business, proprio come i suoi “colleghi” del Club Tenco, ma comunque popolare, sempre rispettoso e sincero verso il suo pubblico, che lo ha scoperto dapprima nelle sporadiche apparizioni televisive e poi nei suoi spettacoli dal vivo. Sincero come gli acuti stonati che lanciava nel microfono, suscitando ilarità, ma che, allo stesso tempo, enfatizzavano i dubbi, le paure e il disagio esistenziale dei suoi personaggi.
Il grottesco, che il suo amico Dario Fo ha sempre messo nel teatro, lui lo metteva nelle canzoni, nelle situazioni tragicomiche di quello che Faceva il palo nella banda dell’ortica, di Silvano, o nell’ “amore di contrabbando” di Mexico e nuvole (scritta da un allora sconosciuto Paolo Conte).
La vitalità artistica di Jannacci scaturiva da percorsi diversissimi: dalla solida formazione classica (era diplomato in armonia, composizione e direzione d'orchestra al Conservatorio di Milano) dal cabaret milanese giocato (come direbbero gli inglesi) con compagni come Cochi e Renato, dagli inizi del Rock & Roll esplorato con l’amico fraterno Giorgio Gaber negli anni ‘50, dall’amore per il Jazz suonato con musicisti del calibro di Chet Baker o Gerry Mulligan, dalla collaborazione con il mondo del cinema, per cui compose anche colonne sonore per registi come Mario Monicelli, Ettore Scola, Lina Wertmuller.
Ma forse la sua verve veniva anche da quegli occhiali spessi con cui vedeva il mondo, che enfatizzavano la sua figura di guitto un po’ imbranato e sgraziato, dissimulando lo sguardo lucido e critico del cantautore più serio e disilluso, che suonava la sua musica con la passione di un “non professionista” che smesso il camicie del dottore correva al pianoforte per cantare con gli amici.
Un artista poliedrico e fecondo, all’apparenza sconclusionato e incomprensibile nei suoi versi a mezza bocca e nei nonsense, che sapeva far pensare con leggerezza e ironia, per questo vinse più volte la rassegna del Premio Tenco, la prima nel 1975, vincendo, fra gli altri, una Targa Tenco per il migliore album in dialetto, perché nel suo parlar franco dei poercrist non poteva lasciar da parte il loro linguaggio, quel milanese che lo ha fatto passare per cantante di nicchia, mentre in realtà era uno dei più emblematici esempi della canzone d’autore italiana. E ora che ci ha lasciato “non resta che ascoltare l’eco che è rimasto nel finale”.