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Ilaria Cucchi : l'estrema dignità all'Università di Roma Tre

Giovedì, 20 Marzo 2014 01:56

Quando vedi Ilaria Cucchi parlare in pubblico della storia che ha investito la sua famiglia, si rimane colpiti dall'estrema dignità, dal sorriso gentile nell'ascoltare tutte le domande rivoltale dal pubblico e dall'apparente distacco conquistato sul campo per portare avanti una battaglia. Forse la più dura. La scoperta totale della verità.

Incontro Ilaria all'Università di Roma Tre. Al Dipartimento di Giurisprudenza. Con lei c'è anche Simona Banchi, produttrice del documentario 148 Stefano mostri dell'inerzia, trasmesso durante l'iniziativa. Il film cerca di ricostruire la storia di Stefano: ci sono molti interventi del papà, si mostrano i luoghi dove Stefano è cresciuto. Dove ha vissuto. Dove è diventato uomo. E dove purtroppo non è mai più tornato da vivo.

Gli audio proposti sono una coltellata: si sente uno Stefano impaurito, che cerca di difendersi. Sempre con estrema dignità. Senza gridare. Ma difendendosi nelle sedi dove dovrebbe trionfare il diritto e la giustizia. Perché la storia di Cucchi è la narrazione amara, drammatica, finemente affilata di uno Stato che dovrebbe tutelare ogni detenuto. Anche se si è macchiato del delitto più odioso del mondo. Ma che invece continua a difendere i carcerati eccellenti e non invece gli ultimi. Gli ultimi: parola molto usata da Ilaria, quando interviene alla fine della proiezione. Perché Stefano non era nessuno: non era ricco, non era un figlio di un palazzinaro, non era parente di un parlamentare. Era solo un ragazzo fermato con qualche dose di droga.

La vicenda di Stefano è costellata dalla crudeltà di uno Stato, rappresentato da alcuni suoi esponenti, che dovrebbero essere sensibili nei momenti più difficili. Anche se forse ci si abitua a fare le telefonate nelle case delle famiglie quando i detenuti muoiono in carcere. Atto che già non dovrebbe accadere. Ma fatalità, la mamma di Cucchi sa della morte del figlio solo al momento della chiamata per la nomina del perito legale che possa accertare la verità sulla morte del figlio.

Stefano era un ragazzo fragile. Il video lo fa vedere bene. Aveva sentito sulle sue spalle il peso di una vita crudele. Ingiusta. Per la quale non tutti hanno sempre la forza di affrontare i veri problemi che il vissuto ti pone davanti. Aveva sbagliato, entrando nel tunnel della droga. Ma era comunque una persona. Con i suoi sentimenti, i suoi ricordi, le sue emozioni, i propri amici, la famiglia. Lacerante è l'ultima lettera al padre, al quale chiede perdono per i dispiaceri che gli ha fatto patire. Che sente dentro di sè una forza inesauribile di voler essere parte di questo mondo. Non come un ameba. Non da controfigura, ma da protagonista. Un ardore interno inesauribile, che però non ha potuto divampare a causa di qualcuno.

Ilaria ripercorre tutte le falle del processo. La curiosità ossessiva nel chiedere della cagnetta di Stefano. Le spese stellari fra avvocati, periti e consulenti di parte. Di una giustizia talvolta criminale con i deboli. Distrutta da leggi illogiche e da campagne che l'hanno denigrata e non invece rinvigorita. Perché una giustizia sana è la garanzia degli ultimi. Non dei ricchi, come invece oggi da noi.

Il colmo in tutto ciò è segnato dalla querela verso Ilaria (e non solo) del sindacato COISP per aver offeso l'onore della Polizia di Stato. 

"Portate aria nuova alla nostra giustizia. Noi cittadini dobbiamo crederci. Vi chiedo questo. Senza schemi. Senza veli. Contribuite affinché cambi tutto questo. Affinché la giustizia sia davvero uguale per tutti".

Affinché nessuno debba morire più di carcere. Grazie Ilaria. Grazie davvero.