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Italia di Michele Santoro: un cocktail di tanti vecchi format

Venerdì, 07 Ottobre 2016 08:51

"Italia cercherà di rinnovare la modalità di racconto del nostro tempo e il 'servizio pubblico' deve essere la sua casa, il luogo della sperimentazione". Questo aveva promesso Michele Santoro alla presentazione di Italia, il suo nuovo programma in Rai, dopo un anno di allontanamento dal video, con la conclusione del rapporto di lavoro con La7 che l'aveva ospitato dopo essere stato accompagnato gentilmente alla porta del direttore generale della Rai di allora, Lorenza Lei.

Santoro è riuscito davvero a mantenere la promessa?

Mercoledì scorso è andata in onda la prima puntata della sua nuova trasmissione su Rai2 e sono tornati i punti forti del Santoro nazionale, ma anche i suoi vizi.
I primi sono sicuramente i servizi girati in esterna: Michele Santoro si conferma il più bravo nella realizzazione (e nell'insegnamento ai suoi collaboratori) dei reportage. Girati a mo' di film, con le inquadrature perfette, attente ai dettagli, ai personaggi in secondo piano, riescono a trafiggere la realtà come pochi altri nel panorama televisivo italiano. Gli intervistati entrano nella cornice del loro ambiente, fanno parte della narrazione, il tutto fila liscio come una sceneggiatura scritta con una precisione maniacale. Le sue clip lasciano sempre un qualcosa al telespettatore e riescono a far trasparire un punto di vista inedito rispetto alla concorrenza.

Per tutto il resto, il programma scorre tra vecchie formule già sperimentate dal conduttore-giornalista e tra altre che sono state meramente restaurate. Le interviste in successione, con gli ospiti che entrano uno per volta come in fila dal dentista, ricordano “Il Raggio Verde” (metà anni Novanta), dove Santoro si metteva seduto e chiedeva opinione al suo intervistato su quello che aveva girato per il Paese.
I monologhi del critico d'arte Tomaso Montanari e della comica Geppi Cucciari ricordano la puntata finale di Servizio Pubblico e di Tutti in Piedi, organizzata con la Fiom qualche anno fa. Microfono aperto, flusso continuo, il protagonista che parla alla “piazza” senza filtri. La grande innovazione di Santoro, per la quale ebbe l'apprezzamento e l'interesse della BBC, ma che andava bene per “Samarcanda" di vent'anni fa. Forse oggi risulta un po' usurata.
Santoro non dimentica il suo passato da autore teatrale e infatti propone un momento profondo e assolutamente da palcoscenico di un grande artista napoletano. Grazie al sonetto di costui, riesce a riassumere brillantemente i grandi problemi del capoluogo campano con una formula interessante e colta.

Per il resto, Italia tenta di mostrare la povertà umana e culturale della società di oggi (riuscendoci appieno), famelica di selfie, attenta ai consigli degli influencer di moda, all'immagine di sé più superficiale. Presenta Ibiza come una meta accessibile a pochi, dalla droga facile e dove i giovani cercano un divertimento che spesso non trovano. Ragazzi e ragazze che spendono anche due stipendi per ballare all'Amnesia, la più famosa discoteca dell'isola, o per frequentare i locali dei miliardari. Per ottenere solamente una foto con loro, poi.
La partenza è stata buona: 8% di share e 1 milione e 800 mila telespettatori, con punte di 2 milioni e mezzo e del 10%. "Abbiamo cercato di riportare il pubblico a casa, frammentato in mille rivoli e disperso nella tv a pezzettini". Santoro cerca di importare la struttura narrativa della tv americana (che deve lasciare sempre il segno e segnare un racconto) a quella nostrana. Ci riuscirà alla fine? Vedremo.

di Simone Piloni

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