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Xavier Dolan infiamma la Festa del Cinema di Roma: “Non solo Titanic, adoro anche Jumanji”

Lunedì, 30 Ottobre 2017 20:43

Il giovane autore canadese si racconta ad Antonio Monda in un incontro col pubblico da tutto esaurito.

 

Xavier Dolan, la star del passaparola. I suoi ultimi due film proiettati in un briciolo di sale, poche interviste e più attiva la presenza sui social. A giudicare dalla folla che lo attendeva sul red carpet, già dalla mattina, tutto questo sembrerebbe bastare a fare di lui il fenomeno cinematografico del momento. Noi ce lo aspettavamo, così ci siamo messi in coda sotto alla Sinopoli con due ore di anticipo, gli ultimi di una fila interminabile. L’incontro delle 17:30 con Antonio Monda è cominciato, in febbricitante ritardo, in una sala sold-out (biglietti esauriti dopo un quarto d’ora dalla messa online). Smoking e capello corto ossigenato, elegante ed emozionato. Un botta e risposta veloce per un ragazzo di ventotto anni che dopo sei film presentati con successo tra Venezia e Cannes sta curando la post-produzione di The Death and Life of John F. Donovan, con un super cast composto da Jessica Chastain, Natalie Portman, Cathy Bates, Susan Sarandon e Kit “John Snow” Harington. Attore, regista, sceneggiatore, montatore, costumista, persino curatore dei sottotitoli inglesi. L’esordio a diciannove anni. La prima domanda parte da qui.

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Recitare o dirigere?

“Preferisco recitare, anche se dirigere mi è utile perché posso imparare molto dai miei attori”.

Nel corso dell’incontro vediamo sei clip, ognuna tratta dai suoi film, più due di altri registi che lo hanno influenzato. La prima è una sequenza di J'ai tué ma mère, l’opera prima vincitrice di tre premi nella sezione Quinzaine des Réalisateurs a Cannes. Scena pazzesca: la sfuriata telefonica di Suzanne Clément al direttore del collegio.

Cosa ti ha spinto alla creazione del film?

J'ai tué ma mère nasce per risolvere un problema: ero disoccupato come attore. Allora ho scritto una sceneggiatura sulla mia vita (uccido metaforicamente mia madre per cominciare a vivere davvero) per… interpretare un ruolo (ride).”

Seconda scena: Les amours imaginaires, il dialogo in piano sequenza con la macchina da presa che gira intorno a Niels Schneider (l’oggetto del desiderio dei protagonisti) e Monia Chokri.

Perché la scelta del piano sequenza?

“Per la grande tensione che riesce a comunicare. La recitazione di Monia è fantastica e originariamente il suo era un fiume in piena ancora più lungo. Alla fine ho scelto di tagliare perché non voglio che le singole scene prendano il sopravvento sull’equilibrio del film.”

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Quali sono i registi che ti hanno ispirato?

“In J'ai tué ma mère ho letteralmente saccheggiato In the mood for love di Wong Kar-wai. Ho letto un libro su come diventare artista se ne hai le potenzialità (Ruba come un artista), che dà suggerimenti interessanti. Rubare dai maestri è naturale e spontaneo. In questo libro c’è un consiglio di Francis Ford Coppola alle nuove generazioni di cineasti: “Rubate da noi, la nostra tecnica, il nostro modo di girare, finché un giorno i giovani autori faranno lo stesso con voi perché avrete sviluppato il vostro stile”. A esempio, io uso molto il ralenti ma è solo dopo qualche anno che ho trovato la giusta velocità. Personalmente, ho smesso di “rubare” con Tom à la ferme.”

“Eravamo già fottuti prima della mia trasformazione”: questo il senso del dialogo tra Melvil Poupaud  e Suzanne Clément, seguito dalla pioggia di foglie in montaggio alternato, estratto da Da Laurence Anyways (Queer Palm a Cannes).

Sembra che nei tuoi film indaghi il rapporto tra libertà e felicità.

"Il cinema è pieno di storie incentrate su quella che definisco la “pornografia del povero”, ovvero la tendenza a raccontare storie di uomini e donne senza speranza, quindi sconfitti in partenza, ai quali ne succedono di tutti i colori. A me invece piace raccontare di persone che lottano e combattono, nonostante tutto. I miei personaggi non sono mai dei perdenti, sono dei sognatori che cercano di migliorarsi, magari non ci riescono ma almeno fanno di tutto per provarci.”

Tom à la ferme (premio FIPRESCI a Venezia): Dolan e Pierre-Yves Cardinal nel bosco in una scena ad alta tensione.

Come definiresti questo film, un dramma psicologico, un thriller psicologico?

Direi che la seconda definizione sia quella giusta.

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È vero che ami molto Titanic?

“È un capolavoro dell’intrattenimento moderno, lo adoro, pur con qualche difetto. Una sera il mio agente mi organizzò una cena con Charlize Theron, Julian Schnabel, Ron Howard, Bennet Miller, Sean Penn. Tutti parlavano dei film che li avevano ispirati da ragazzi, grandi classici e opere d’autore. Ho pensato: “Adesso come glielo dico che vado pazzo per Titanic?”. Pensa, un altro film del cuore è Jumanji.”

È il momento di Mommy, il film del successo internazionale, premio della giuria a Cannes. Immerse in una fotografia crepuscolare, Anne Dorval e Suzanne Clément si preparano all’addio, con la prima che rompe il ghiaccio con un discorso sulla speranza, non solo nei confronti del figlio.

L’ultima clip tratta dalle sue opere fa parte di È solo la fine del mondo, Gran Prix dello scorso anno a Cannes. Ancora un dialogo, protagonisti Léa Seydoux e Gaspard Ulliel. Altro ralenti - il protagonista disorientato dal ricordo della sua cameretta nella casa di famiglia - e l’ennesimo applauso della Sinopoli.

Poi l’elogio all’ultimo film di Luca Guadagnino, Call me by your name. “L’ho visto due settimane fa e l’ho amato molto. È una storia che insegna molto sull’amore ma anche altrettanto sul dolore, quello provocato dal rifiuto. Spesso, reagendo nella maniera giusta, possono aprirsi scenari inaspettati e positivi. È successo anche a me, per questo guardandolo mi sono sentito compreso.”

Le altre clip sono rispettivamente tratte da Birth - Io sono Sean di Jonathan Glazer e da Mysterious Skin di Gregg Araki, entrambi del 2004, quando il regista canadese aveva quindici anni. Una conferma di quanto importanti siano stati i film della sua adolescenza, il primo estremamente curato nella messa in scena (nella sequenza scelta, Nicole Kidman scopre la verità su suo figlio e la scena successiva è trionfo di recitazione e uso della musica, due costanti nelle opere di Dolan), il secondo rigoroso nell’indagare le conseguenze di un abuso sessuale su due bambini (Joseph Gordon-Levitt e Brady Corbet, ormai cresciuti, si ricordano dell’accaduto – anche se, gaffe imperdonabile dello staff della Festa, la scena da proiettare doveva essere un’altra!)

Foto: Getty Images

Paolo Di Marcelli

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