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Festival del Cinema, Kathryn Bigelow racconta la sanguinosa rivolta di Detroit

Mercoledì, 08 Novembre 2017 22:18

Scene di guerra, alta tensione e un episodio scioccante di abuso di potere: la regista di The Hurt Locker mette in scena una storia realmente accaduta

I giorni terribili del 1967 raccontati da Kathryn Bigelow non furono un caso isolato: simili sommosse a sfondo razziale si verificarono a Watts (1965), Newark (1967), in varie città dopo l’assassinio di Martin Luther King (1968), Miami (1980) e infine la più violenta per danni e numero di morti a Los Angeles (1992). Per circa una settimana, in queste città furono devastati interi quartieri e istituito il coprifuoco nelle ore notturne. A Detroit arrivò l’esercito. I motivi scatenanti furono generalmente gli stessi, ovvero un provvedimento delle forze dell’ordine ai danni di una o più persone appartenenti a una minoranza etnica, come quella quella afro-americana, ritenuto ingiusto o troppo severo da quella stessa comunità. Ovviamente, parliamo di abusi o arresti con una mano particolarmente pesante capaci di detonare una situazione che già prima delle rivolte era carica di tensioni, disagi e rabbia. Forse è per questo, per la radice comune degli episodi citati, che la regista premio Oscar (e prima ancora pittrice) sceglie di liquidare la spiegazione delle cause e il ritratto del preambolo affidandosi esclusivamente alla serie sulla grande migrazione dell’artista afro-americano Jacob Lawrence, i cui pannelli passano rapidamente in rassegna nei primi minuti del film accompagnati con didascalie brevi e concise. Tutto ciò che viene dopo, è una rappresentazione documentaristica (le riprese avvengono quasi esclusivamente con la camera a mano) quasi partecipante, data l’abilità della macchina da presa di insinuarsi in mezzo a poliziotti e ribelli, nella prima parte, e poi fra le camere e il claustrofobico corridoio del Motel Algiers.

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Il risultato è un film di denuncia adrenalinico, con vere e proprie scene di guerra, che poi si trasforma in un thriller ma anche, per certi aspetti, in un horror psicologico. In questo modo, grazie alla rigorosa ricostruzione dei fatti ottenuta ricorrendo alle testimonianze e gli uomini realmente coinvolti cinquant’anni fa, la Bigelow effettua una sorta di cronaca, neanche troppo romanzata, adottando prima il punto di vista dei due schieramenti, poi quello dei singoli protagonisti. Detroit riesce dunque a suscitare una sacrosanta indignazione e a suggerire che gli echi di quel clima sono quanto mai attuali, ma non va oltre un film d’azione tecnicamente ineccepibile ispirato a fatti realmente accaduti dalla forte connotazione sociale. A mancare è l’indagine a tutto tondo, psicologica ma anche antropologica, che ha caratterizzato almeno gli ultimi due film della regista, perché se è vero che le origini dei disordini e dell’episodio agghiacciante del motel parlano la stessa lingua di fatti simili avvenuti prima e dopo, è imperdonabile che non ci sia, tra i poliziotti, nessun personaggio realmente complesso e sfaccettato. Anche perché il vero agente protagonista è uno solo (Krauss, con la faccia perfetta da diabolico ragazzino impunito di Will Poulter) ed è implacabile nell’impersonare il Male senza un briciolo di umanità; gli altri, di fatto suoi subalterni, hanno solo la funzione di esplicitarne il potere. Se gli interrogativi profondi in The Hurt Locker e Zero Dark Thirty suggerivano almeno una seconda visione, la scelta di proporre un'unica lettura degli eventi e di non penetrare la superfice dei fatti narrati esaurisce Detroit in unica, sufficiente, esperienza visiva.

Foto: Getty Images

Paolo Di Marcelli

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