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Van Gogh - Sulla Soglia dell’Eternità : la recensione

Venerdì, 14 Dicembre 2018 19:43

Dopo la prima proiezione alla 75a edizione del festival del cinema di Venezia, “Van Gogh - Sulla Soglia dell’ Eternità” (At Eternity’s Gate) arriverà nelle sale italiane il 3 Gennaio 2019.

Julian Schnabel torna nelle sale e con lui la grande arte: con “Van Gogh - Sulla Soglia dell’Eternità” ci racconta una versione tutta sua degli ultimi anni di Van Gogh, in una dichiarazione d’amore da pittore a pittore.

In un periodo in cui i biopic spopolano, “Sulla Soglia dell’ Eternità” si configura come qualcosa di diverso: prende le distanze dalla biografia pura e semplice, concentrandosi sulle relazioni piuttosto che gli eventi, immaginando situazioni e conversazioni plausibili, ma che nessuno potrà dire di aver sentito.

L’arduo compito di interpretare il celebre pittore olandese spetta a Willem Dafoe che, per riuscire a “vivere” questo personaggio, ha addirittura imparato a dipingere - le mani che vediamo muoversi sulle tele, di fatto, sono le sue. Grazie a questa performance, frutto di un lungo percorso nel cuore del personaggio, Defoe si è già aggiudicato la Coppa Volpi per il miglior attore a Venezia e la nomination ai Golden Globe Awards per il miglior attore in un film drammatico.

Accanto a lui figurano altri attori famosi per la loro versatilità, quali Rupert Friend, Oscar Isaac e Mads Mikkelsen.

Quello che è chiaro fin da subito è il fatto che il fulcro del film non sono le vicende, raccontate in mille versioni e altrettanti media, piuttosto le relazioni che Van Gogh aveva con le figure importanti della sua vita, con l’arte e la critica.

Gli unici ad aver fiducia nel suo talento sembrano essere suo fratello Theo (Rupert Friend), con cui ha un rapporto pieno d’affetto, e il pittore Paul Gauguin (Oscar Isaac), con cui ha un’amicizia burrascosa e di cui ci viene dato un assaggio.

La sua arte ci viene presentata tanto come un talento dato da Dio e una cura per la sua anima tormentata, quanto una condanna che gli impedirà di essere apprezzato dai sui contemporanei; eppure il Vincent di Schnabel se ne preoccupa relativamente, quasi consapevole che il suo pubblico debba ancora nascere.

Da notare la fotografia diretta da Benoît Delhomme (La Teoria del Tutto) che con lenti bifocali e colori sempre vividi riesce a farci immergere completamente nella visione febbrile di Van Gogh.

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