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Lego Movie 2: torna la formula vincente di Phil Lord e Chris Miller

Giovedì, 21 Febbraio 2019 00:12

I due autori sviluppano l’intuizione del primo film e consolidano un immaginario non solo commerciale

Tornano i pupazzetti, i mattoncini e Will Ferrell dal punto esatto in cui li avevamo lasciati. Il protagonista del primo capitolo, allora un bambino, adesso è un preadolescente che dovrà vedersela con un nuovo nemico. Lo scontro, ovviamente, come nel capolavoro del 2014, è tutto in famiglia.

Phil Lord e Chris Miller ripartono dal format che loro stessi hanno creato, una formula vincente aperta a mille varianti e possibilità (vedi: altri sequel) che fa dei film della Lego un oggetto incatalogabile e al tempo stesso riconoscibile. Non vi stiamo a spoilerare il film che diede inizio alla saga, ma sappiate – ora, dopo aver visto questo, ne siamo certi – che dietro a ogni mossa, ogni piano, ogni fuga rocambolesca degli omini gialli c’è la mano che li muove che si immagina quell’avventura: Lego Movie 2, come il precedente, richiede al pubblico un sforzo (gratificante) in più perché presuppone almeno due piani di lettura, uno per capire cosa stai guardando, l’altro per individuare le ragioni degli esseri umani che hanno “giocato” in quel modo. Il gioco, non ce lo dimentichiamo, perché “leg godt” in danese vuol dire “gioca bene” e noi possiamo immaginare che il concetto possa estendersi all’auspicio di “vivere bene”. Se pensiamo al primo film, capiamo anche in che modo Lego ci consiglia di condurre la nostra esistenza e cioè mantenendo un buon equilibrio tra seguire alla lettera le istruzioni (vedi: le regole civili e sociali) e la trasgressione delle stesse assecondando valori come libertà e creatività.
Continua l’alternanza di stop motion, cgi e live action insieme agli scenari coloratissimi e a una gag dopo l’altra, camei nonsense e buoni e cattivi che in fondo tali non sono perché devono ancora scoprire come poter giocare insieme. Se nell’opera del 2014, infatti, il conflitto è tra padri e figli, qui a fronteggiarsi sono fratello e sorella (più piccola) ma non solo: la spinta distruttrice che l’uno ha nei confronti dell’altra dipende dall’atto stesso di crescere e, quindi, stavolta le implicazioni derivanti dal senso profondo del film riguardano una riflessione sul cambiamento.
Non siamo ai livelli del primo ma, forse, solo perché cinque anni fa i due autori hanno creato un vero e proprio manifesto Lego, una sorta di mission aziendale che si fa storytelling cinematografico, oltre che un mega spot senza precedenti: lavori del genere non possono che avere il carattere dell’unicità. Tuttavia, è del tutto apprezzabile l’aver consolidato quell’immaginario declinandolo in una nuova situazione familiare da risolvere, ancora una volta talmente archetipica da risultare universale. Considerato il pubblico di riferimento del progetto (vedi: mondiale) era lecito aspettarsi tutto tranne personaggi e situazioni altamente caratterizzati o specifici o peggio ancora locali.
Non manca la parodia, elemento primario dell’azienda danese non solo al cinema ma anche in serie animate e videogiochi. E allora ritroviamo Batman, sempre doppiato da Claudio Santamaria come nella trilogia di Christopher Nolan, e tanti altri personaggi Marvel, DC e provenienti da altre saghe come Il Signore degli Anelli o dalle icone anni Ottanta (l’astronauta). Ben vengano calderoni pop di questo tipo, che divertono i piccoli e mandano in sollucchero i grandi con citazioni (Blade Runner 2049!) e riferimenti alla cultura di massa. Meglio, poi, se forniscono ai genitori un assist per risolvere i piccoli grandi problemi dei loro figli.

Paolo Di Marcelli

 

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