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Il traditore: l’atteso film sul Maxiprocesso di Palermo

Sabato, 25 Maggio 2019 11:39

Presentato a Cannes, da ieri nei cinema, il nuovo film di Marco Bellocchio con un grande Pierfrancesco Favino.

L’opera è frutto di una co-produzione tra Italia, Brasile, Francia, Germania ed è distribuita sul territorio nazionale da 01 Distribution in contemporanea con la presentazione a Cannes dove è stato accolto da ben 13 minuti di applausi, conquistando inoltre il secondo posto al box office con un incasso di 108.640 euro. Qui riporto le parole di Paolo Del Brocco, amministratore delegato Rai Cinema: “L’interesse di una Major americana come Sony per un film italiano è motivo di grande prestigio e non è così frequente per il nostro cinema […] questa acquisizione prefigura per Il Traditore una distribuzione ampia e profonda in tutto il territorio degli Stati Uniti”.

Ciò che sorprende di più del dramma mafioso "Il Traditore” di Marco Bellocchio è quanto sia semplice. Semplice perché è tangibile il lavoro della messa in scena, un film che sulla carta appare difficile e sfaccettato (inoltre immagino che il pubblico non italiano si sia sentito sopraffatto dalla valanga di nomi citati) ha però il privilegio di essere raccontato in modo chiaro dove i personaggi chiave guidano lo spettatore nella scacchiera del gioco di potere. Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, decide di non parlare di “Mafia”, lui alla mafia non ci crede, ma crede in questioni più tangibili, organizzate, vere: Cosa Nostra.

Non voglio entrare nel merito del fatto storico, il corso degli eventi lo conoscete bene e non c’è motivo di ripeterli. Sono interessanti invece le impressioni dal punto di vista cinematografico. Bellocchio vira in gran parte sopra l'apogeo di Buscetta descrivendolo come un principe della mafia che ha chiaramente accumulato una fortuna illecita abbastanza grande da vivere una vita da dandy. Il regista non si sofferma sugli atti criminali del pentito ma nel suo essere uomo di mondo, amante delle donne e della famiglia. Con la sua terza moglie brasiliana Cristina (Maria Fernanda Candido) e i loro figli, si è trasferito a Rio de Janeiro, pensando di poter lasciare dietro di sé Cosa Nostra, ma come tutti sanno, nessuno può uscirne davvero.

La notizia di un crescendo di uccisioni in Sicilia, per mano dei Corleonesi, lo raggiunge a Rio, e poco dopo apprende che i suoi figli Benedetto (Gabriele Cicirello) e Antonio (Paride Cicirello) sono dispersi. E’ in questo momento che la polizia brasiliana fa irruzione nella sua casa con un convoglio spropositato di militari. Questo è il 1983, all'apice della brutale dittatura militare brasiliana, e la famiglia Buscetta non viene “gestita” gentilmente dai poliziotti pronti a ottenere una confessione. È già un cult la scena dei due elicotteri che mai mi sarei aspettato di trovare in un film di Bellocchio.

Il film è inoltre omogeneamente spaccato in due parti: la prima riguarda la vita di Buscetta prima dell’estradizione e la scalata sociale di Riina in Cosa Nostra; la seconda riflette in maniera molto accurata il maxi processo e la paranoia di chi vive sotto scorta.

Bellocchio ci parla di criminali riflettendo sul concetto di identità, quella che Buscetta e molti affiliati falsificano continuamente. Ritorna più volte il motivetto “avete sbagliato persona, io sono Nome Inventato” ogni qual volta la polizia mette le mani su un mafioso. Parallela alla riflessione di identità dell’individuo è quella sull’identità dell’organizzazione mafiosa, che si chiama Cosa Nostra ma che nel tempo si è trasformata, cresciuta, allargata. Un' identità che Don Masino Buscetta non riconosce più, falsificata anch’essa perché diversa nei principi che l’avevano fondata. Identità intesa, inoltre, come ruolo e come etichetta: Buscetta, che poi diviene Don Masino, il boss dei due mondi, diventa la mafia stessa quando deve rispondere per essa, poi il traditore, ancora si trasforma in bersaglio quando, vincolato alla giustizia, diviene nemico della stessa, più dello Stato. Tutto muta e l’identità non è più statica ma un continuo divenire.

Meravigliose le interpretazioni di Pierfrancesco Favino e di Luigi Lo Cascio (nei panni di Totuccio Contorno)che spingono il film oltre la nazionalità italiana di Cosa Nostra, recitando brillantemente e dando vita ad un’unica traccia sonora in cui si intersecano brasiliano e siciliano e si mescolano fino a creare un cocktail sonoro omogeneo di grande gusto e poesia.

Impeccabile la fotografia di Vladan Radovic, in grado di caricare le immagini di una valenza simbolica eloquente e atta a raffigurare le contraddizioni e l’anima scissa e “schizofrenica” di uomini stretti nella rincorsa verso il potere ma, allo stesso tempo, anche nella rispettosissima aderenza al proprio posto nella piramide gerarchica. Sia in luoghi esotici che nella piccola provincia americana, si avverte ancor più intenso il dramma e il senso di paranoia del protagonista fuggitivo, di un uomo che ha “sputato” o per proteggere la sua famiglia o per vendetta. È questa ambiguità che lo rende una figura avvincente in tutta la sua imperscrutabilità, che coglie la spavalderia e la vulnerabilità creando un effetto particolarmente forte.

Buscetta decide di “cantare” e la canzone diventa simbolo di chi vuole rivelare qualcosa di importante. Masino (Favino) fra amici sarà chiamato a cantare delle canzoni e a sua volta sarà una canzone a metterlo in allerta. Anche la canzone o meglio l’atto del cantare si connota di un senso più ampio diventando simbolo che la voce può aprire porte impenetrabili.

Un film complesso che si presenta facile, con molte chiavi di lettura, tra cui quella oggettiva del titolo: “Il Traditore”. Oggettivo perché non è riferito solo a Tommaso Buscetta quanto a tutti quelli da lui nominati nell’interrogatorio con Giovanni Falcone, rei di aver tradito i veri valori di Cosa Nostra.

Un film il cui ritmo è coinvolgente e lascia volare via piacevolmente le due ore e mezza, non solo grazie alle musiche di Nicola Piovani, o a un montaggio molto efficace quanto anche alla diversità dei linguaggi adottati dal regista, dalle scene spettacolari (ripresento quella dell’elicottero ma penso anche a quella dell’attentato a Giovanni Falcone o all’attesissimo maxi processo) a quelle di repertorio che danno una piccola connotazione documentaristica.

L’opera di Bellocchio è più che riuscita, rimane già nel panorama filmico italiano degli ultimi anni. Ora incrociamo le dita e non ci resta che sperare di portare in patria un’altra palma d’oro.

Di Luigi Colosimo.

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