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Interstellar, un commento al film di Christopher Nolan

Domenica, 30 Novembre 2014 11:59

Christopher Nolan è un genio. Mette insieme un cast perfetto, con gli attori più famosi degli ultimi anni, sia i protagonisti (McConaughey/Cooper e Hathaway/Brand), che i personaggi secondari (Caine/Prof. Brand e Damon/Dr. Mann).

Particolarmente curato è l’aspetto scientifico, al punto che nella stesura della sceneggiatura sono stati coinvolti fisici e teorici delle particelle, e per la prima volta viene rappresentato wormhole tridimensionale. Alla colonna sonora, spiccatamente classica, fa eco il silenzio assordante dello spazio infinito, il quale più volte rende uniche e intense alcune scene.

Nolan realizza quindi un ottimo prodotto, peccando su un unico punto, non presenta nulla di nuovo. Durante tutto il film, si manifesta ingombrante l’ombra assoluta di 2001: Odissea nello spazio. Il robot TARS richiama troppo il Monolite nero e Hall 9000, senza contare il viaggio di McConaughey nell’iper-dimensione. Anche l’uso della colonna sonora richiama eccessivamente i motivi di Strauss.  Nel modo più assoluto, Christopher Nolan non è un genio. Sull’onda del successo planetario delle ultime pellicole, e dell’enorme notorietà raggiunta, Nolan prende temi affrontati ampiamente in precedenza da registi che non godono della stessa popolarità (la fuga dalla terra, la necessità e l’impossibilità di ricostruire la Vita), senza apportare nulla di originale. Viene confezionato così un prodotto commercialmente perfetto per la distribuzione. Il cast (inter)stellare e tecnicismi scientifici, vengono utilizzati quasi per distrarre lo spettatore dagli innumerevoli echi a volte verso il regista stesso (Inception, su tutti). Il film risulta eccessivamente lungo (160 minuti potevano essere 120 senza alcun danno), e in alcuni punti semplicemente ridicolo, come i passaggi sull’amore e il banalissimo (e anche americanissimo) lieto fine.   Giudizio finale: 5/10. Nolan è un buon regista, che se essere originale, ma non in questa prova, dove si limita ad impacchettare (male) un prodotto già pronto. Meglio una buona birra. Consiglio finale: per avere un confronto senza scendere nel classico: Moon di Duncan Jones (2009).

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