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Matisse alle Scuderie del Quirinale, la recensione

Mercoledì, 20 Maggio 2015 01:54

IL COLORE ESISTE IN SE STESSO, POSSIEDE UNA SUA SPECIALE BELLEZZA.

HENRI MATISSE

Novanta opere, costituite da olii, disegni e costumi teatrali raccontano l’amore per l’oriente del maestro occidentale Henri Matisse

Ester Coen, curatrice della mostra, attinge da olii provenienti dall’Hermitage di San Pietroburgo e del museo Puskin di Mosca ponendo l’accento sui colori e le forme che hanno reso Matisse uno dei pittori più importanti del secolo scorso. L’esposizione ricrea gli ambienti che lo hanno ispirato, inserendo oggetti e tessili che hanno ornato, prima delle sue stesse opere, l’atelier del maestro del colore. I richiami all’oriente e all’africa sono onnipresenti, plasmati in chiave moderna, silenti, spesso soffocati dal tripudio cromatico che ha reso celebri le sue tele. Massimo esponente del Fauvismo, Matisse fa del suo, uno stile unico a cui rimarrà fedele lungo tutta la sua ascesa artistica e che lo renderà riconoscibile anche a sguardi meno esperti. Lontano dalle avanguardie artistiche che dominano il novecento, Matisse si distingue inventando un suo personale spazio prospettico, in cui i due piani visivi hanno la stessa importanza descrittiva. Rivoluziona l’uso del colore e crea un nuovo linguaggio simbolico, figlio delle culture occidentali e orientali, per rispondere alla sua personale vocazione: “L’importanza di un artista si misura con la quantità di nuovi segni da lui introdotti nel linguaggio plastico”.

“La révélation m'est venue d'Orient”, ammetteva Henri nel 1947, una rivelazione che si è accresciuta negli anni, grazie a numerosi viaggi, letture ed incontri. In questo scenario trovano spazio i verdi e gli azzurri che colorano di motivi articolati i preziosi tessuti marocchini, di cui l’artista ha fatto tesoro. Le raffinate e inusuali stoffe pur occupando piani secondari divengono protagoniste, arredando le scene raffigurate creano ambienti suggestivi, dal sapore orientale, come accade in “Il paravento moresco” (1921, Philadelphia Museum of Art). L’autore stesso ammette di aver attinto cospicuamente da una cultura che non gli appartiene, e che forse, proprio per questo lo ha rapito a tal punto da invadere la sua intera produzione: “La preziosità o gli arabeschi non sovraccaricano mai i miei disegni, perché quei preziosismi e quegli arabeschi fanno parte della mia orchestrazione del quadro.” L’Oriente non è una presenza testimoniata unicamente dai colori e dai motivi che lo evocano ma anche da temi a cui sono ispirati intere serie di studi e opere, prime tra tutte le celebri odalische. L’attrazione di Matisse per i tessuti esplode negli ultimi anni della sua carriera, nei quali disegnò costumi teatrali, che occupano la parte finale dell’esposizione.