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Kollatino Underground : No, lo spettacolo stupefacente

Mercoledì, 12 Giugno 2013 22:38

Quando arrivi al teatro, il Kollatino Underground, percepisci subito l'eterno mito che ha contraddistinto tutti i “grandi” agli inizi della loro carriera: si trova in uno scantinato di un palazzo occupato da tante famiglie senza una casa, per colpa del Comune di Roma che da 40 anni non dirime un problema soffocante, come quello della mancanza di alloggi popolari.

Il posto si trova in un centro sociale, dove si vede da subito che si fa cultura alternativa e si dà spazio agli artisti emergenti. Il teatro è nascosto e appena vi entri dentro, rimani colpito dall'estrema semplicità: i seggiolini non ci sono, ma sono ricavati da gratinate di legno che accolgono circa 90 posti. Il palco, inteso come luogo rialzato con tanto di sipario, non esiste: è composto direttamente dal pavimento. Le luci e il retropalco sono essenziali. Ma è tutto perfetto per una compagnia di giovani che ha voluto sperimentare una idea nuova di fare spettacolo. No, è una commedia particolare: non c'è scenografia (come nelle grandi opere di Fo e Rame), non ci sono costumi (gli attori sono in tuta) e l'unico elemento costante è la corda. Che unisce tutto e viene usata in maniera straordinaria.

Le luci che permettono al pubblico di accomodarsi, si spengono. La tensione e l'attesa salgono. Gli unici oggetti che si trovano sul pavimento della scena sono quindi una serie di corde in cerchio, usate in maniera magistrale dagli attori. La domanda che loro vogliono far suscitare ai loro spettatori, senza fare la morale da radical chic, è la motivazione per la quale la società, col tempo, si sia posta dei limiti: e allora perché uno deve alzarsi per forza presto al mattino e non rientrare la sera tardi? Perché un giovane non deve essere ribelle? Perché deve tenere per forza in ordine la propria camera? E perché soprattutto non si possono calpestare le aiuole, che è la scena forte di tutta scrittura e infatti viene proposto come primo sketch..?

Quello che sorprende da subito è la velocità con cui scorrono i 90 minuti (circa) della durata e non da meno anche le domande che riproposte, assieme alle scene avvincenti che fanno davvero ridere. Molte sono anche lo specchio delle paure giovanili: Fabio racconta ai suoi amici, durante una doccia in uno spogliatoio, che quella sera probabilmente farà l'amore con la sua ragazza e quindi ha paura di fallire. I suoi amici lo sfottono, come si fa tra uomini, ma si abbatte la barriera del maschio insensibile che la società impone. Un altro pezzo sconvolgente è rappresentato quando tutti gli attori fanno finta di essere dietro una staccionata (creata tenendo solamente tutte le corde per le mani di tutti gli interpreti) e due altri ragazzi incarnano le vesti di due bambini che vogliono giocare (per altro fatti in maniera magistrale): vogliono correre e non possono. Vogliono giocare a spade e non possono. Vogliono gridare e non possono. Vogliono rincorrersi e non possono. Insomma alla fine, sfiniti, decidono di lasciar perdere perché il bon ton della società non permette neppure di svagarsi.

Ma l'apice dell'immaginazione, la vera forza del teatro, è data dal segmento finale quando gli attori muovono le corde secondo uno schema preordinato creando dei fasci di luce incredibili. Tutto grazie alle luci mosse in maniera impeccabile.

Quello che lascia senza fiato di No, Una giostra sui limiti dei limiti imposti è il fatto che non senti assolutamente il bisogno di avere una scenografia faraonica: sono gli attori che in maniera impeccabile ti fanno credere di essere prima in un palco, poi in uno spogliatoio, in un ring o in una palestra. E dobbiamo ringraziarli. Perché dei ragazzi giovanissimi ti fanno capire quanto possa essere magico il teatro. E quindi unico nel suo insieme. Bravi! 

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