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The childhood of a leader – L’infanzia di un capo: alla radice dei totalitarismi

Venerdì, 30 Giugno 2017 21:02

Brady Corbet debutta alla regia dopo aver recitato per Haneke, Von Trier, Assayas e Araki. Un esordio folgorante.

L’esordio alla regia di Brady Corbet ha elettrizzato i giornalisti ancor prima della visione. Chi è questo attore venticinquenne (Funny Games US, Melanchiolia, Mysterious Skin) che scrive e dirige un film in 35 mm, ambientato durante la stesura del Trattato di Versailles e che racconta la vita familiare di un diplomatico (Liam Cunningham), sua moglie (Bérénice Bejo) e un figlio destinato al comando? La presenza di Robert Pattinson, necessaria sia per riuscire a finanziare il progetto sia come selling point, ha aumentato la curiosità. Le recensioni esaltanti da Venezia 2015, dove The Chidhood of a leader ha vinto il Premio Orizzonti alla miglior regia e quello come miglior opera prima, hanno completato il quadro di una grande attesa.

Che le ambizioni di Corbet siano a dir poco gigantesce, lo si intuisce già dai titoli dei capitoli: si parte con Overture, brevissimo, in cui l’assordante conflitto nell’anima buia del giovane Prescott è espresso attraverso le musiche dissonanti di Scott Walker, vere e proprie grida di rabbia a causa del contesto ostile. La famiglia, infatti, si è da poco trasferita dagli Stati Uniti in Francia e Prescott non è il solo a soffrire la lontananza da casa. Prima dell’epilogo, il film è poi scandito da un First, un Second e un Third Tantrum, i tre scatti d’ira che segneranno l’infanzia del bambino. Le cause del male sono interne o esterne? La dimensione primaria della pellicola è quella psicologica, ma Brady è abilissimo ad affrontare la questione inserendo una sottotrama sessuale e un’altra politica che riguarda la vera cornice del film, quella decisiva per il futuro del protagonista. Il giovane regista punta in alto e, effettivamente, riesce a toccare vette altissime.

Ogni personaggio, compresa l’insegnante di francese verso cui scopre una precoce pulsione erotica, sembra combattere con Prescott una vera e propria guerra, sfiancante e piena di colpi bassi: ogni volta il piccolo ne esce non solo sconfitto ma profondamente umiliato – viene spesso scambiato per una bambina. Intorno a lui, imperano la severità dei genitori e l’ambiguità della madre con l’amico di famiglia (Pattinson). Il padre è uno dei protagonisti della pace tutt’altro che equa tra i vincitori e gli sconfitti della prima guerra mondiale. L’infanzia di un capo muove di continuo il baricentro della vicenda tra un focolare domestico opprimente e le condizioni insostenibili del trattato di Versailles, responsabili negli anni successivi dell’ascesa dei nazionalismi europei. Il paradosso è lo stesso in entrambi i casi: perpetrare episodi di violenza attraverso il dialogo (e la diplomazia). La colonna sonora di Scott Walker non si limita alle sequenze iniziali, ma ribolle attraverso tutta la pellicola come testimonianza di un’inquietudine inesauribile, di qualcosa che prima o poi esploderà con conseguenze catastrofiche.

Nonostante i lunghi piani sequenza che seguono Prescott nella grande casa di campagna, isolandolo da tutto e da tutti, suggeriscano una solitudine che potrebbe alleggerirne le responsabilità, il giovane regista americano sembra ispirarsi ad Haneke nel ritrarre l’infanzia senza innocenza. La fotografia e la scenografia (il film è girato quasi tutto in interni e di notte) sono un’estensione, a tratti didascalica, del carattere e della personalità del bambino: agli arredi sfarzosi si contrappongono muri scrostati e fatiscenti. É forse questo l’unico limite di un film folgorante, che costruisce con elegante lentezza il profilo di una mente (e di un’Europa) disturbata per poi deflagrare improvvisamente - soprattutto nel finale – in un cinema spietato e impetuoso.

Paolo Di Marcelli

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