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Musica

Yes Uk! Garden: un’altra Italia è possibile

Venerdì, 06 Gennaio 2017 19:15

Idioma inglese, sensibilita' italiana. La chiave per puntare dritti alle stelle.

Si parte da lontano, quando negli anni 80 Paul Mazzolini in arte Gazebo scalava le classifiche internazionali con la sua “I like Chopin” ( musica di Pierluigi Giombini ), oggi un classico indiscusso quando si parla di Italo dance o disco chanson, quando la Baby Records, etichetta fondata da Freddy Naggiar dominava il mercato promuovendo prodotti dal calibro pop esplosivo confezionati in un contenitore chiamato “Mixage”, una serie di compilation prodotte dal 1983, che tutti indistintamente possedevano e che tutta una generazione ancora oggi ricorda spesso e volentieri con grande nostalgia perché rappresentano come quel “Wham Rap” di George Michael e Andrew Ridgeley forse uno dei momenti e dei ricordi piu’ spensierati della sua esistenza.

Ma facciamo un salto ancora piu’ indietro.
I Kraftwerk, in tedesco “centrale elettrica” si formarono a Dusseldorf nel 1970.
Ralph Hutter e Florian Schneider erano due studenti di conservatorio, tedeschi, ma utilizzarono l’idioma inglese per allargare la loro comunicazione a piu’ persone possibili poiché quello che avevano da dire nei loro brani era di fondamentale importanza dal punto di vista ideologico e politico. Ed era bene mettere al corrente piu’ persone possibili.
Grazie.
Sono stati probabilmente il gruppo piu’ innovativo in assoluto della storia della musica.
Anche piu’ dei Beatles ragionando sul numero di canali che hanno aperto e l’infinità di generi che ne sono derivati.
Hanno influenzato le sonorità di pilastri della scena synth-pop alternative britannica dei successivi anni ’80 come i Depeche Mode, The Human League, New Order, Soft Cell, OMD, Ultravox e Pet Shop Boys, i Cabaret Voltaire, i Devo nonche’ i Simple Minds.
Non riesco oggi a pensare a Chemical Brothers e Daft Punk senza i Kraftewerk.
Erano tedeschi e producevano in lingua inglese.

Ma torniamo a Paul Mazzolini, Gazebo.
Nonostante numeri alla mano stesse scalando le piu’ importanti classifiche internazionali, un ampia platea di addetti ai lavori e ascoltatori storcevano il naso poiché Paul aveva quel qualcosa che contrastava con l’idea di possibilita’, di probabilità, di speranza, di riuscire, di successo reale che il retaggio culturale di un paese conservatore riusciva a contemplare.

C’era qualcosa che non tornava : era italiano.

Nonostante i numeri.
Come puo’ un italiano cantare in inglese?
Dove pensa di andare?
E la piu’ gettonata…perche’ non lo fa in Italiano?
Questa in fondo erano le domande immediate che nascevano spontanee nelle teste sempre operative dei manager, degli intermediari, dei procuratori del tempo.
Figure oggi pressoché sparite dopo l’avvento della rete ma che all’epoca erano una sorta di Mose’ e hanno sempre avuto un’influenza determinante nelle scelte di molti giovani artisti, spesso snaturandoli per i propri fini, spesso facendogli terminare anzitempo la carriera perché nemmeno loro stessi, i manager, sapevano esattamente dove andare.

L’Italia è sempre stata “Due Italie” e lo è ancora oggi.

La prima dal taglio nazional popolare, nelle rappresentazioni piu’ pop legate al territorio, alla regione di appartenenza, alternative e poetica nelle figure piu’ belle e vere del suo cantautorato, sui generis e curiosa nel mettere la lingua italiana su generi che sono nati altrove come rock, elettronica e rap insieme ai ritmi latini.
Generi figli di altre lingue. Tagliati per altre lingue.
La seconda racconta di un paese che nulla ha di italiano in termini musicali se non data e luogo di nascita, residenza e tessera sanitaria.
Un paese diverso, diciamo un figlio poco voluto che istintivamente ha fatto di tutto ciò che veniva importato in Italia dall’estero una sorta di Bibbia di come, quando, dove e perché farlo.
Ci si riesce a relazionare poco con “integralisti” del genere e vi spiego il perché.
Il primo problema e, la prima risposta alle domande di cui sopra, ovvero : “Come puo’ un Italiano cantare in inglese ?” è la seguente : perché lo ha studiato. L’Italia è già divisa, sin dalle scuole dell’obbligo su chi naturalmente ama e studia questa lingua e la sente affine e chi no, fino ad arrivare ad odiarla e a sentirsi ad esempio un pesce totalmente fuor d’acqua in paesi anglofoni, per non parlare di Londra.
Molti italiani hanno difficolta’ anche con l’italiano, figuriamoci cimentarsi in altro cosi’ lontano, figuriamoci doversi impegnare a cantare in un altro idioma con tutto lo sforzo che bisogna fare per acquisire una pronuncia corretta, scrivere in un’altra lingua dei testi, arrivare a pensarli direttamente in inglese.
Sarebbe troppo.
All’epoca è troppo anche per molti procuratori, fondamentalmente ignoranti, poiche’ neanche loro lo avevano studiato. Basta pensare ad alcune riunioni a cui partecipavano per ottenere licenze da labels e distributori stranieri che puntualmente andavano in fumo per capire che forse era il caso di far lavorare l’artista in italiano per incapacità di saperlo gestire e fargli raggiungere risultati significativi.
Allora le bugie.

Dire che il mercato non ti accoglie se canti in inglese e’ il prologo al quesito numero due : Dove pensi di andare?
La tecnica del terrore. Guarda che fuori ci sono gia’ i Radiohead figurati se in Inghilterra si mettono a sentire te.
Si scoraggiava quel tipo di intento perché non valeva la pena investire soldi e tempo su qualcosa che non si riesce a cambiare dal principio e diventare vincenti in un’impresa simile : la loro stessa mentalità.
Infine la domanda fatidica : Perché non lo fai in Italiano?
Ho conosciuto una quantità incredibile di artisti che hanno ricevuto questa proposta.
La risposta, sacrosanta e piu’ o meno scontata da parte dei molti è: perché non riesco a vedere quello che faccio in un’altra lingua, se non l’inglese.
Come dargli torto, in fin dei conti è come come chiedere a un napoletano perche’ fai la pizza con la mozzarella e non con lo stracchino.

“L’altra Italia” ha sempre avuto grande difficoltà ad accettare gli Equipe 84-Beatles il Renato Zero-Bowie o anche senza andare troppo lontano le ossessioni dei primi Bluvertigo per i Depeche Mode nelle fattezze sceniche, tanto da mal digerire un Andy come clone visivo a tutti i costi di Martin Gore. Non parliamo di tutti i gruppi 70 italiani poi che hanno tentato in ogni modo di mascherarsi da Genesis o Pink Floyd perché potrebbe diventare imbarazzante per certi versi.

“ L’altra Italia”, mal digerisce ad esempio, che un brano di un gruppo che si chiama Joy Division o dei piu’ giovani Muse, venga estratto dal cilindro di un qualsiasi autore e violentato all’interno di un talent show per istituzionalizzare e dare un peso specifico a cio’ che non nasce con i presupposti artistici per averlo. Questo perchè è proprio su quel brano che “l’altra Italia” si è allenata per mesi e ha imparato una modalità di scrittura, la pronuncia di quel mostro che si chiama Inglese e che altro non è se non la possibilità di poter esprimere e comunicare quello che si ha dentro a tutto il mondo in un codice internazionale.

E’ la stessa Italia che non tollera che un brano come “Teardrop” dei Massive Attack, un monumento sacro e intoccabile, diventi carne da macello per un promo mal copiato, studiato e confezionato che deve pubblicizzare un Festival della Canzone Nazionale, dove il 90 per cento degli artisti arrivano dagli stessi talent e, il resto, sono pezzi d’antiquariato che non trovano piu’ dimora se non a casa tua, malvolentieri a forza di canone.

Oggi l “Altra Italia” torna ad alzare la testa.

C’è una questione tutta legata all’alta qualita’ di cio’ che viene prodotto nel nostro paese, non appena si sceglie di utilizzare l’idioma inglese. Chi produce, nel momento stesso in cui inizia a scrivere in inglese è cosciente che i suoi termini di paragone si chiameranno Kasabian, Franz Ferdinand, Artic Monkeys, Libertines e via dicendo.
La qualita’, la generosità e il tempo che si deve mettere dentro la produzione e’ inevitabilmente legato a questi “ compagni di banco “.
E si e’ costretti allora a doverne mettere tanto. Il risultato è percio’ una ricercatezza nei suoni e nella produzione in generale, di gran lunga piu’ accurata e superiore rispetto agli antagonisti “italiani” nel mercato nostrano.
Invito ad esempio ad andare ad ascoltare un disco come Holtzar dei nostrani Phinx, per comprendere quello di cui sto parlando.
Poi un’altra cosa da non sottovalutare. Nella genere Dance gli italiani hanno dominato per anni le classifiche europee diventando un riferimento assoluto.
Roberto Concina in arte Robert Miles con piu’ di 5.000.000 di dischi venduti di Dreamland ad esempio fu ritenuto il piu’ importante esponente della musica Trance. Senza dimenticare la serie di successi da Corona fino a Prezioso con Marvin, con i quali l'Italia ancora oggi fa ballare mezzo mondo.
Nel rock e nell’elettronica abbiamo esempi di band italiane che hanno successo mondiale come i Lacuna Coil, dei quali si parla poco o nulla nel nostro paese, mentre si è intenti a promuovere in diretta televisiva il disco di qualcuno chiuso in uno studio, che incredibilmente ancora non è uscito fuori ha avuto modo di fare un concerto.

Oggi etichette come Irma Records, Foolica Records, Garage Records, Antibemusic, Dead End Street Records, la Seahorse Recordings etc stanno facendo un lavoro enorme con una serie di artisti che sarebbero fiore all’occhiello delle migliori label indipendenti britanniche e americane.

E voglio citare tra i tanti i Phinx, New Candys, Ofeliadorme, Klimt 1918, Heathens, Ln Ripley, Amycanbe, Katrine Hash, Sophie Lillienne, The Afterglow, Medusa’s Spite, Captain Mantell, Farmer Sea, Joycut, Kalweit and the Spokes, Did, M+A, Klune,The Lillie Langtry, Babylonia, Meet the Wolf, Giulia’s Mother,Eggsite.

Oggi le reali novità musicali arrivano da Israele con gruppi come i Tiny Fingers, dai Paesi Bassi, dal Brasile con gruppi come Aldo the Band, dalla stessa Francia con un producer come Vitalic che continua ad essere innovativo qualsiasi genere o epoca tocchi.

Oggi è anche l’Italia ad essere innovativa, perché è un’Italia che ha meno paura di osare di essere se stessa nelle sue differenze e dove si è stanchi di un retaggio culturale che divide piu’ che unire.

Oggi l’Italia è veramente un po’ piu’ Europa e chissà che un giorno proprio da qui non possano venir fuori i nuovi Ralph e Florian del futuro a puntare il dito verso il cielo e indicare a tutto il mondo quale sia la nuova via da seguire.

Di Stefano Daniele.

 

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