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Musica

De Andrè : il suonatore degli ultimi

Lunedì, 20 Gennaio 2014 01:02

Sono passati ormai 15 anni dalla scomparsa di Fabrizio DeAndrè, che nella notte dell'11 gennaio 1999, si spense a seguito di un calcinoma polmonare. L'enorme folla accorsa ai suoi funerali, con una compagine di persone che andava dal manovale genovese all'esponente dello spettacolo italiano, dimostra la fama e l'importanza che aveva ed ha ancora, un mostro sacro come “Faber”.

Il Festival di Sanremo, secondo alcuni “rumours”, omaggerà la sua scomparsa con una serata dedicata ai vari cantautori italiani, tra cui anche De Gregori e Guccini, con reinterpretazioni dei vari partecipanti al festival, compreso il figlio di Fabrizio: Cristiano De Andrè. Quello stesso Sanremo, palco internazionale ed emblema della musica leggera italiana, a cui Fabrizio non partecipò mai, se non come semplice co-autore nell'85 con i New Trolls, omaggerà l'uomo che non ha mai accettato tutte le definizioni appioppategli dall'Intelligentia della musica italiana, di cui il palco dell'Ariston fa parte.

Cantautore, musicista, attivista politico e poeta, sono soltanto alcuni degli appellativi associati alla sua persona, ma che non ha mai accettato: “No, non sono un poeta. La poesia è un mestiere ma non il mio”. Forse l'unica dicitura che si può apporre su un personaggio come il suo è “intellettuale” o forse anche “chansonnier”. Lui, che nel corso di tutte le sue produzioni, non si è mai staccato dalla descrizione dell'odierno in metrica, nella migliore tradizione trobadorica francese e poi Stilnovistica italiana. “[..] la musica è stata spesso un alibi per mascherare testi che da soli non reggevano la pagina e che dovevano essere aiutati da quel rumore di fondo [..] De Andrè appartiene al genere opposto. Quello di chi ha scritto pensando alla musica, ma non ha nulla da temere dalla pagina muta di un libro. I testi sono scritti con la musica, non per la musica..”(La Via, 2006, p.135).

Il suo intento è sempre stato quello di voler rappresentare e studiare l'animo umano sotto tutte le sue sfaccettature più pure anche se abberrate. Quindi sulla spinta del fervore politico degli anni '60, raccontò dei reietti della società, di coloro che rimangono sempre nell'ombra e che solitamente non hanno nulla di speciale da raccontare e coloro che erano sotto i riflettori, erano dipinti con una semplicità disarmante. Faber, come un novello Boccaccio colmo di ironia e autocritica, racconta il tragico dell'odierno, senza mai dimenticare anche le sue origini borghesi “Sono nato in un ambiente borghese. Canto quindi davvero le malattie della borghesia, anzi la mia malattia borghese.” Ovviamente, in seno alle tematiche da lui affrontate ed al periodo storico vissuto, si è cercato anche di assoggettarlo a fazioni politiche in modo vano, poiché dichiaratamente anarchico, affermò la sua indipendenza da ogni movimento politico: “sono anarchico, ma non mi iscrivo a nessuna organizzazione anarchica, perché anche la bandiera nera è pur sempre una bandiera..” Scorrendo tutta la sua produzione discografica e non, si riscontra la figura dell'intellettuale puro, sempre alla ricerca di situazioni, personaggi e culture diverse. Analizzò l'uomo sotto più punti di vista, dal contesto storico a quello sociale, dalla dimensione testuale e dialettale a quella regionale, dalla frustrazione politica alla reinterpretazione religiosa; applicando quella “certain latitude” di Hawthorne, nell'analisi di una situazione, senza soffermarsi alla sola apparenza iniziale e coinvolgendo il lettore/ascoltatore, facendolo immedesimare e rendendolo attivo nella comprensione dell'esperienza descritta.

La sua reazione al sequestro durato 4 mesi, avvenuto in Sardegna nel 1979 ad opera dell'Anonima Sequestri, è emblematico del suo spirito intellettuale. I toni pacati con cui descrisse l'accaduto (“Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai”) mostrano un uomo che è riuscito a ricavare da una situazione orribile e destabilizzante, qualcosa di buono perché spinto dalla voglia di comprendere. Il sequestro divenne per De Andrè una occasione per riflettere sulla miseria e l'emarginazione di un popolo “sano” per cui, paradossalmente, la criminalità diventa l'unico mezzo di sopravvivenza (Cosi-Ivaldi, Carocci Editore, 2011, p.141). Infatti in seguito dell'accaduto, non vendette mai la sua tenuta sarda nei pressi dell'Agnata, bensì scrisse l'album chiamato dai fan “L'indiano” (titolo originale “Fabrizo De Andrè” - 1981) in cui paragona il “sardo” all'indiano “nativo americano”, riversando all'interno vari temi sociali e personali.

Nel corso degli anni degli anni De Andrè è dunque diventato un simbolo di ricerca perenne oltre il velo iniziale in cui ci si imbatte, ma proprio come ogni figura di spicco idolatrata, la sua memoria, rischia il ristagno. Il continuo paragone con una produzione, la sua, che è stata “diversa” ed il continuo aspirare alla stessa forma e allo stesso pensiero, segnano la vera morte dello “chansonnier” genovese, che non avrebbe mai voluto, come oggi avviene, un indottrinamento ed un'adorazione così rigida riguardo il suo pensiero.

Personalmente, penso preferisca essere ricordato con le sue stesse parole, ritrovate sulle pagine bianche che aprono la copia di “Teorema” di Pasolini, posseduta da De Andrè: “Fabrizio, cantastorie di se stesso e dei suoi molti tormentati fratelli”

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