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Il filo di Dresda : Die Brucke e Marcovaldo

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Visitando Dresda non si può, a mio parere, tornare a casa sani di mente. Dresda è la “Firenze sull’Elba”, patrimonio nazionale dell’UNESCO, città d’arte sede di moltissimi musei. Eppure non è del tutto la “nostra Firenze”, ha qualcosa di strano, alieno, a tratti quasi surreale. E’ proprio per questo che si pone come scenario perfetto dal quale intraprendere un viaggio parallelo tra due mondi apparentemente opposti tra loro: l’espressionismo tedesco nella corrente del Die Brucke e il romanzo “Marcovaldo” dello scrittore Italo Calvino.

Ma siamo pazzi? Come si può collegare uno scrittore e giornalista italiano del secondo Dopoguerra con una corrente di inizio Novecento che ha preso ispirazione per il suo nome dal “Così parlò Zarathustra” di Friedrich Nietzsche? Insomma stiamo insinuando un collegamento campato in aria!”. Non vergognatevi se vi siete posti questa domanda: è del tutto lecita. Ora vi prego solo di mettere da parte lo scetticismo e di armarvi di uno spirito di avventura che ci permetta di proseguire il nostro viaggio.

Partire da Dresda non è casuale: è proprio qui, infatti, che nel 1905 un gruppo di architetti, decisi a dedicarsi totalmente alla pittura, si organizza in una “comunità chiusa” con il fine di costituire un “ponte” (un “Brucke”, per l’appunto) tra il “vecchio”, ovvero l’ormai desueto romanticismo germanico che aveva già terminato la sua attrazione nei confronti degli intellettuali di inizio secolo e il “nuovo”, ovvero la liberazione dei propri “impulsi creativi” e il miraggio nei confronti di quello che Nietzsche aveva definito un “futuro perfetto” (da non associare ulteriormente Die Brucke a questo filosofo, perché i riferimenti che vi si trovano sono quelli già elencati e non vorrei “far dire” ai nostri cari Kirchner, Heckel, Shmidt-Rottluf, Pechstein e Nolde più di quello che hanno detto in merito).

All’apparenza questi “pittori improvvisati” possono apparire come un gruppo snob che ritiene di essere superiore e che “sfoga” il proprio male di vivere criticando all’estremo la società borghese e la vita metropolitana, ma la loro arte è tutt’altro che snob, tutt’altro che dedicata ad un gruppo ristretto: è dedicata alla gente comune e alla sua vita frenetica tipica delle metropoli, che, secondo il Brucke, porta l’uomo ad alienarsi e causa indifferenza ed ipocrisia. Non per essere scontati, ma tutto ciò porta alla seguente considerazione: il linguaggio del Brucke è aspro, crudo, con figure spigolose e colori acidi, forti pennellate di nero e incisioni ad inchiostro. Ciò che forse sottovalutiamo, ma che nel nostro viaggio è fondamentale, è l’amore per le culture primitive, continuamente riprese nella raffigurazione di corpi nudi o di uomini in preda a crisi psichiche. Le figure umane diventano così espressione del loro stato d’animo: sono deformate, con dei lineamenti appesantiti, con dei volti che sembrano maschere. Più rare, sicuramente, sono le rappresentazioni di paesaggi solitari dal tono fortemente drammatico, spesso immortalato in momenti inquietanti come il tramonto o il temporale.

Piano piano ci stiamo allontanando dalla nostra Dresda, la nostra città di partenza, e, passando attraverso la campagna, ci dirigiamo verso un’altra città.

Il vero problema è che la campagna è ormai notevolmente ridotta in confronto ad un secolo fa, le città di Dresda e la nostra futura tappa sono incredibilmente ed inspiegabilmente vicine, quasi come una grandissima conurbazione dalla quale, per quanto ci si possa allontanare dal centro di una città, ci si ritrova sempre più vicini al centro dell’altra.

Cari lettori, so che questo dettaglio sulla campagna sembra inutile, ma non preoccupatevi della seconda tappa, godetevi la poca natura rimasta più che potete, perché di città i nostri protagonisti ne hanno avuto abbastanza da uscirne pazzi.

Per la felicità della maggior parte di voi oltrepassiamo il “ponte” sulla campagna e giungiamo nella seconda città, che però un nome vero e proprio non ce l’ha. Se il buon vecchio Calvino non si scandalizza e mi concede una piccola “libertà”, mi permetterò, per motivi pratici, di chiamare quest’agglomerato urbano “Ogniccittà”. Il caso vuole che proprio ad Ogniccità abiti una nostra vecchia conoscenza: Marcovaldo.

Forse molti di voi hanno avuto il piacere di fare tale conoscenza alla scuole medie, dato il “bollino” di “romanzo infantile” che viene - passatemi l’espressione gergale- “appioppato” a questo romanzo che però di infantile non ha assolutamente nulla; altri potrebbero non conoscerlo, per costoro non esiterò a presentarlo brevemente.

Il nostro eroe urbano dal nome epico, Marcovaldo, che in realtà ci appare tanto sfigato che di epico ha soltanto il nome, è un uomo di mezza età, figlio del proletariato del boom economico, costretto a vivere in città per motivi di lavoro, pur sentendosi continuamente “lontano da casa”. Marcovaldo è povero, con i reumatismi, con un’infinità di figli ed una cultura allo stesso livello dell’integrità morale di Berlusconi: inesistente. Perché allora somiglia in qualche modo a  quel gruppo di intellettuali che abbiamo visto estraniarsi dall’ ”estraneità” dell’uomo nella città? La risposta è semplice: entrambi vivono un rapporto conflittuale con questa. Sono consapevoli che nel mondo e nel modo in cui vivono, la città è per loro “vita” e “suicidio” e per questo sono turbati, per questo non riescono a trovare una dimensione propria all’interno di tutto questo cemento che trasmette il suo grigiore alle anime di quelli che Calvino, in altri saggi, definirà i “cavalieri inesistenti”, ovvero degli uomini che “ci sono, ma non sanno di esserci” perché imprigionati nelle città.

Sebbene espressa stilisticamente in modo diverso grazie alla mordace ironia calviniana, l’estraneità di Marcovaldo nei confronti della città è esattamente quella degli espressionisti tedeschi. E’ come se l’uomo avesse creato un “mostro” fondando città. La critica mossa da entrambi i fronti non è però da rivolgersi al concetto di città come “comunità che vive insieme”, quanto più alla degenerazione di questo concetto che, soprattutto a partire dalle crisi psicologiche che hanno caratterizzato gli uomini del Novecento, ha fatto scaturire il totale annullamento del singolo nella vastità indifferente degli agglomerati urbani. L’uomo sta mutando, o meglio, il suo adattamento allo smog e alla frenesia della vita metropolitana stanno cambiando, ma il suo “dentro” è lo stesso degli uomini primitivi: il contatto con la natura è fondamentale per l’uomo, anche se egli non se ne rende conto e, al contrario, qualora mai se ne accorgesse, probabilmente sarebbe troppo tardi.

E’ per questo che la natura assume un ruolo fondamentale nel nostro viaggio: l’uomo la vede come un ostacolo, come un nemico, per l’uomo la natura è inquietante e troppo potente, eppure è una forza dalla quale non si può e non si deve assolutamente distaccare, pena riscontri anche psicologici, oltre che ambientali.

Riuscire ad ammettere che l’uomo, dopo migliaia e migliaia di anni di vita associata,sia riuscito ad annullare se stesso con le sue mani è forse una delle più grandi e più pesanti critiche che si possano mai rivolgere all’umanità. Sfiderei chiunque a prendere seriamente coscienza del problema e a riuscire a vivere in un luogo che per ognuno è “madre” ed “uccisore” come ne hanno preso consapevolezza i nostri amici sopracitati.  Proprio qui, ad Ogniccittà, ci fermiamo per più tempo a riflettere, prima di intraprendere un nuovo viaggio parallelo.

Siamo davvero in grado di non perdere la nostra dimensione, se, disprezzando la “campagna”, per la città indifferente siamo soltanto un numero?

Novella Rutigliano

Ultima modifica il Sabato, 20 Aprile 2013 10:07

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