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La ribellione giovanile : è la fine?

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La cultura giovanile, oggi, è morta. I suoi funerali sono stati celebrati nel silenzio mentre si consumavano gli ultimi anni ottanta. Si potrebbe dire, infatti, che con l’abbattimento del muro di Berlino, sia venuta meno anche la voglia, o la capacità, di abbattere gli altri muri che la società ci mette davanti.

È indubbio che alcune manifestazioni, già sperimentate in precedenza come forma di ribellione, siano ancora molto praticate dalla gioventù contemporanea, tuttavia la vera domanda è se alla base di queste manifestazioni vi sia ancora quel solido fondamento ideologico che ha  permesso alle generazioni passate di cambiare il mondo. Perché, i giovani,  il mondo lo hanno cambiato davvero: si sono gettati come un sol uomo contro le barricate costituite dalle convenzioni, dal perbenismo, e le hanno distrutte, una spinta alla volta.

A partire dai primi anni Sessanta, infatti,  si sono raccolti i primi frutti della diffusa alfabetizzazione e della scolarizzazione obbligatoria, per la prima volta fenomeno di massa: si è sviluppata una forte coscienza critica della realtà, e con essa un rifiuto netto delle sue storture.
Da James Dean a Mary Quant, passando per la “Beat Generation” ed Elvis Presley, si assiste, infatti, alla creazione di una vera e propria cultura giovanile della ribellione, fatta di mode e modi, che si diffonde a partire dall’America, come dice E.J. Hobsbawm ne Il secolo breve, “per una specie di osmosi spontanea”: il fenomeno è incontenibile e nel giro di pochi anni investe, come un’onda, tutto il mondo.

Risuona netto il rifiuto dello stereotipo di vita borghese, si oltrepassa la soglia tabù della gonna al ginocchio, si rivendica la libertà espressiva e di opinione; si cominciano a percorrere strade sempre “nuove e affascinanti, ma al tempo stesso anche pericolose”; i giovani, nel corso degli anni, dice  Miscioscia in Miti affettivi e cultura giovanile, “sono andati fino ai limiti estremi della propria fisicità, hanno esplorato nuove dimensioni della mente e della realtà virtuale”. Ciascun gruppo in modi e in momenti diversi ha manifestato dissenso nei confronti dello status quo e, questa, è stata la costante nelle culture giovanili attraverso gli anni: la voglia di smantellare lo stato delle cose a loro contemporaneo.

E allora, la forma e i soggetti contro cui la lotta viene portata avanti, poco importano se alla base c’è il seme della ribellione, se i giovani si muovono tutti uniti verso un obbiettivo comune. Che decidano di procedere verso una regressione, una fuga dalla realtà per affrontare il dolore e il disagio della crescita, o che scelgano la trasgressione e la provocazione per richiamare gli adulti alle proprie responsabilità, o che, invece, si prefigurino un modo nuovo di guardare il futuro, più carico di affettività, che siano insomma habitué dei Rave Party, Punk o pacifisti, alla fine dei giochi non importa, quello che importa è la loro ferrea volontà di raggiungere quella terra promessa in cui finalmente poter dar spazio ai propri sogni per il domani.

Oggi, viene a mancare anche la sola speranza di poterla raggiungere questa terra, forse viene meno anche la capacità di immaginarla. I giovani, aveva ragione l’ex ministro Padoa Schioppa, sono dei “bamboccioni”, inerti e assuefatti allo stato delle cose, senza la vera ambizione di cambiarlo. A testimoniarlo è il fatto che non c’è più neanche l’aspirazione di creare nuove forme di protesta, i giovani sono rimasti legati allo stesso modus operandi dei loro genitori, non c’è novità, ma solo squallida routine. Anarchici, rivoluzionari, metallari e punk sembrano seguire un copione già scritto e rappresentato, nello stesso modo, da vent’anni. La ribellione è diventata una moda e nulla di più.

Il problema è che manca la fede nel futuro. I giovani sono senza speranza e dunque non tentano più di lottare, di sollevarsi, di unirsi in una protesta: oggi, il mondo giovanile è attraversato da un'insofferenza diffusa, che nasce dalla mancanza di opportunità e di fiducia in un mondo che sfugge alla loro comprensione.

La cultura giovanile, quella vera, oggi è morta. Al suo posto un’ombra, un fantasma privo di consistenza, che nella corsa affannosa contro muri e barricate, nell’impatto si dissolve, mentre quei muri, quelle barricate diventano sempre più alte e minacciose.
 

Francesca Micocci

Ultima modifica il Martedì, 22 Marzo 2016 19:04